Studioso versatile ed eclettico (è linguista, sociologo della comunicazione, critico letterario e scrittore), Massimo Arcangeli sarà con noi a Italiano Corretto in apertura del convegno di sabato 13 maggio: nel suo intervento, ci accompagnerà alla scoperta delle nuove tendenze dell’italiano di oggi, delle sue recenti derive e dei possibili scenari futuri, delineando una sorta di “bollettino clinico” dello stato in cui attualmente versa la nostra lingua. Abbiamo fatto in anteprima due chiacchiere con lui.

Negli ultimi tempi il dibattito sull’italiano è sempre più all’ordine del giorno: oggetto di trasmissioni radiofoniche, protagonista di manifestazioni sia per addetti ai lavori che per il grande pubblico, argomento tra i più caldi sui social. Abbiamo in mano uno strumento potente e dobbiamo imparare a usarlo con responsabilità. Tu ti sei spesso definito un “linguista militante”: credi che oggi la divulgazione sui temi che riguardano la nostra lingua sia più che mai tenuta ad assumere un carattere quasi di “educazione civica”? In che modo?

Da tempo sostengo che se sviluppassimo un po’ più di senso civico, esso dovrebbe obbligatoriamente passare per la lingua italiana. Come qualsiasi altro veicolo linguistico, l’italiano non si esaurisce in sé e per sé: al contrario, si porta dietro tutta una serie di aspetti che incidono sulla cultura e l’educazione, e sui quali è importante che si sviluppi una sensibilità, tanto più oggi che la discussione sulla lingua coinvolge molto meno la norma e molto più i vari elementi che ruotano attorno ad essa. Basti pensare anche solo semplicemente al dibattito che interessa la questione del politicamente corretto o del gender. Ormai, in materia di italiano, ci sentiamo un po’ tutti investiti di un senso di responsabilità che trascende abbondantemente il livello grammaticale o quello che pertiene specificatamente alla lingua di per sé.

Hai parlato di nuovo “Medioevo” dei social: puoi spiegarci che cosa intendi?

La Rete in quanto promessa di democrazia è ancora, ahimè, una promessa mancata. Non sempre partecipazione e condivisione sono sinonimi di comprensione, metabolizzazione, apprendimento. Un’indagine di questi giorni, commissionata da Parole O_stili, ha analizzato un campione di internauti, che si sono rivelati assai inermi, tanto per fare un esempio, nei confronti delle fake news. Conoscono il fenomeno, ma lo sottovalutano. Perché? I motivi possono essere tanti. Tra quelli indicati come i più probabili rientrano senz’altro: l’ignoranza, ovvero l’incapacità di affrontare la falsa notizia perché non si ha sufficiente competenza culturale per farlo; un pizzico di narcisismo, perché sappiamo che una notizia clamorosa ci garantisce maggiore visibilità; e forse anche una certa superficialità, perché in molti casi approviamo senza leggere. Quest’ultimo fenomeno già di per sé dà un po’ da pensare: forse quella società educativamente matura che pensavamo di essere non corrisponde poi così tanto al vero, e tra analfabetismo funzionale e analfabetismo tout court abbiamo ancora parecchia strada da fare.

Ma c’è un altro aspetto da non sottovalutare. Alcuni social sembrano all’apparenza democratici, ma non lo sono. Il caso più emblematico ritengo sia quello di Twitter, un social strutturato in modo rigorosamente gerarchico, dove posso avere un milione di follower ma al contempo non seguire nessuno. Di conseguenza divento un opinion leader, un nodo collettore: un moderno feudatario, e sotto di me ci sono valvassori, valvassini e così via, fino ai gradi più infimi della scala sociale. Ne deriva la necessità di ripensare uno strumento come questo, formidabile in termini di irradiazione del sapere perché se il sapere circola, oggi, lo fa anche grazie a Internet e ai social, ma con il quale in molti casi si gioca pericolosamente.  Un po’ perché si pensa – e forse in qualche caso è anche così – che sui social ci sia troppa ignoranza, un po’ perché sono gli stessi media a far leva su questo meccanismo. Un esempio banalissimo: se un sito di un grande quotidiano nazionale pubblica una notizia, non sempre il titolo coinciderà con quello utilizzato per traghettare quella stessa notizia sui social. Molto probabilmente, nel secondo caso, il titolo sarà più ingannevole, o perlomeno lo sarà più di quanto non lo sia quello per il sito. È come se chi predispone il titolo pensasse che sui social la gente abbocca più facilmente. E questo non è un bene, no? Si demonizza il canale, ma forse dovremmo essere noi per primi, con intelligenza, a usare gli strumenti social in modo diverso da come ancora molti di noi fanno. I social sono un canale formidabile, un grande collettore di notizie (e lo diventeranno sempre di più), quindi sfruttiamolo bene.

Le tecnologie della comunicazione, la globalizzazione, il costante contatto con il diverso da sé hanno portato secondo alcuni a un imbarbarimento delle forme in cui la nostra lingua viene espressa e veicolata, ma anche in qualche misura a una vera e propria rivoluzione copernicana dei modelli comunicativi. Ovviamente ce lo racconterai meglio a Pisa, ma dacci una piccola anticipazione: secondo te, alla fine, come sta l’italiano? Lo vedi in fase di involuzione, secondo l’allarme lanciato da molti, o di evoluzione?

L’aspetto rigorosamente grammaticale, francamente, mi preoccupa meno. Non mi preoccupa tanto un accento in più o un accento in meno, un apostrofo in più o un apostrofo in meno. Gli aspetti su cui sono più sensibile, e che secondo me andrebbero tenuti in considerazione, sono altri due. Il primo è lo spessore lessicale, ovvero la capacità di gestire un congruo numero di parole ed espressioni in grado di restituire la percezione di uno zoccolo duro culturale che passa anche attraverso la ricchezza del lessico. Il secondo è la capacità di ragionamento, vale a dire la capacità che si ha di gestire un testo. Molti nostri giovani sono spesso in difficoltà ad articolare un testo. Le ragioni possono essere tante. Probabilmente il loro apparato cognitivo evolve verso modelli che da qui a un centinaio di anni ci appariranno più chiari. Probabilmente hanno un approccio reticolare al sapere diverso da quelli della mia generazione, che sono grandi analisti ma hanno meno abilità nel gestire la conoscenza in termini di reticolarità. In generale, se mi si chiede come sta l’italiano, la mia risposta è: sta relativamente bene per quanto riguarda la capacità che abbiamo oggi di comunicare in una lingua che è diventata nazionale. Sta meno bene, forse, se pensiamo che non sempre l’italiano, non solo delle nuove generazioni, è caratterizzato da adeguate consistenza lessicale e capacità logica e argomentativa, due chiavi fondamentali per gestire al meglio qualsiasi strumento di comunicazione degno di tale nome.

Nel titolo della nostra manifestazione è insito un gioco di parole: l’italiano “corretto” è un po’ l’ossessione dei cosiddetti grammar nazi, ma corretto può anche voler dire “rivisto, modificato, aggiornato”, come anche, se vogliamo, alla luce del senso di responsabilità che dicevamo prima, corretto nei modi e nell’approccio. Secondo te esiste, oggi, un italiano CORRETTO? Se sì, qual è?

Dovremmo arrivare a concepire sempre di più l’italiano non tanto come un semplice strumento normativo, quanto piuttosto come uno strumento di condivisione reale di aspetti, valori e momenti di una società che grazie all’italiano possa crescere. Come dicevo anche all’inizio, una lingua può essere veicolo di tante altre cose. Con questo non intendo dire che l’italiano debba apparire un modo o mezzo educativo più corretto di altri tra quelli in grado ciclicamente di far evolvere una società, ma senz’altro dovremmo intenderlo in un’accezione più ampia di quella che usiamo in genere quando parliamo di una lingua. Attraverso l’italiano si traghetta tutta una serie di altre responsabilità, come quella di diventare cittadini che utilizzano uno strumento consapevole, per esempio negli uffici pubblici. Combatto da anni una battaglia furibonda contro il burocratese che – ahimé – continua a imperversare. Ecco: in quel caso forse i cittadini, di fronte a uno strumento utilizzato in quel modo, estremamente distante dalle esigenze e dalle capacità di comprensione di tante persone, dovrebbero armarsi di santa pazienza e rivendicare legittimamente la possibilità di comprendere testi che sono oggi astrusi, di difficile digeribilità, non solo nell’ambito della burocrazia ma anche – tanto per fare altri due esempi – in ambito giuridico o medico.

In questo senso, l’italiano dovrebbe coinvolgerci in modo più ampio possibile come comunità – e in questo caso  la Rete potrebbe rivelarsi uno strumento eccezionale – in vista di una maggiore malleabilità della lingua in termini di possibilità di trasmissione di un messaggio da un settore all’altro, e anche di correzione collettiva, se vogliamo. Se cominciassimo per esempio a gestire l’italiano così come si gestisce una voce di Wikipedia, forse la condivisione potrebbe portare risultati interessanti. Ormai viviamo all’interno di una dimensione collettiva del sapere che investe anche la nostra lingua: anche noi specialisti non siamo più autorevoli come un tempo, perché tanto più oggi l’uso si impone sulla regola (è sempre stato così, ma oggi forse lo è ancora di più). Se usassimo quindi Internet come luogo per la creazione di discussioni, condivisioni, riflessioni riguardo alla nostra lingua a tutti i livelli, allora forse la correzione potrebbe intervenire in un’altra chiave, come una sorta di via virtuosa al consolidamento di uno strumento che non è soltanto linguistico ma anche comunicativo, educativo e sociale.