Era partito come semplice simbolo sulla tastiera del telefono, e il più delle volte non sapevamo nemmeno che farcene. Oggi l’hashtag – il “cancelletto” – imperversa su tutti i canali social, in pubblicità e nel nostro parlare quotidiano (avete presente l’esilarante video con Jimmy Fallon e Justin Timberlake protagonisti di una conversazione surreale a tema? Se non lo avete mai visto dategli un’occhiata qui, fa morire dal ridere), ma la sua storia è relativamente recente.

A introdurlo è stato nel 2007 Chris Messina,  avvocato, consulente ed ex UX Designer di Google, che lo usò per la prima volta con l’intento di raccogliere conversazioni riguardanti BarCamp, una rete internazionale di non conferenze aperte relative alle tecnologie e al web. Il suo intento, stando a quanto da lui stesso dichiarato, era quello di migliorare ricerca, fruizione e tracciamento di contenuti relativi a uno stesso argomento in particolare su Twitter, consentendo di monitorare gli ambiti di nostro interesse per andare a inserirsi nelle conversazioni e avere accesso anche ai tweet rilevanti di profili che non seguiamo.

Non tutti però riservarono all’hashtag l’accoglienza che meritava, al punto che lo stesso Evan Williams, uno dei padri fondatori del servizio di microblogging, lo etichettò all’epoca come troppo tecnico, e quindi non adatto ai suoi utenti. Da allora in effetti si è preso la sua vendetta, spopolando ovunque senza causa apparente.

Ma quali sono le ragioni di un tale successo? E soprattutto perché dovremmo interessarcene in riferimento all’evoluzione della nostra lingua viva?

Il motivo di base, in realtà, è molto semplice. Lo scritto e il parlato si influenzano da sempre l’un l’altro, in termini di formalità. In passato, parlavamo più forbito perché più forbito scrivevamo. Oggi, invece, scriviamo meno formale in virtù dell’informalità con cui parliamo. Gli hashtag sono una metafora perfetta di questa osmosi tra parola parlata e parola scritta: per la loro brevità, tendenza alla spontaneità, alla soggettività e in un certo senso spesso all’asciuttezza, i messaggini e Twitter assomigliano più al parlato che non alla scrittura, e di fatto si configurano come parola scritta solo dal punto di vista tecnico.

In effetti, insomma, gli hashtag sono una componente determinata dall’innovazione tecnologica di un qualcosa che già conosciamo molto bene: il paralinguaggio, ovvero tutta quella serie di segnali non verbali che accompagnano il discorso e contribuiscono a determinarne il senso e il tono. Gesti e spallucce, intonazione, espressioni del viso. Nello scritto, è spesso difficile veicolare concetti non verbali del genere, come il sarcasmo o l’autoironia. Ecco perché usiamo spesso espressioni come “LOL” o le faccine.

In questo senso, però, gli hashtag compiono ancora un passo in più. Con il loro aiuto possiamo smorzare le nostre affermazioni, sdrammatizzare e non prenderci troppo sul serio. “Tra i grandi meriti di Twitter c’è quello di aver reinventato la presa in giro di se stessi”, scriveva il linguista Ben Zimmer sul Boston Globe nel 2011. E aveva ragione: grazie agli hashtag, oggi, anche nello scritto possiamo arricchire le nostre comunicazioni di tutta una nuova dimensione. Sono un metacommento, come la voce narrante in un libro o il coro di una tragedia greca, o le risate fuori campo in una sitcom.

Ma nell’usarli dobbiamo stare parecchio attenti, perché il significato ulteriore che vogliamo far loro veicolare sia quello che abbiamo deciso noi a priori, e non un altro che non ci aspettavamo, in alcuni casi involontariamente imbarazzante e ridicolo. Informalità, comunicazione paralinguistica, immediatezza, sincronizzazione dei rimandi tra chi scrive e chi legge: sono questi gli ingredienti che fanno un hashtag efficace, quindi. E per inanellarli tutti, è indispensabile una conoscenza approfondita degli strumenti messi a nostra disposizione dalla lingua che parliamo.

Se pensate che sia un gioco da ragazzi, chiedete pure al Comune di Pompei, che un paio di mesi fa ha inaugurato per la promozione e valorizzazione del proprio territorio il progetto #pompeinrete. Voi, nella vostra testa, leggendolo come lo interpretate? Di sicuro se n’è parlato, ma non credo fosse ciò che l’amministrazione comunale si proponeva.

Per saperne di più sugli hashtag e su come confezionare una comunicazione social efficace, vi aspettiamo il 16 aprile al workshop di doppioverso per Italiano Corretto. Intanto, se volete farvi due risate, vi consigliamo di dare un’occhiata a un interessante articolo sul blog di Pennamontata, dove oltre a #pompeinrete troverete una ricca carrellata di hashtag infelici che hanno fatto a botte con la linguistica (mietendo vittime illustri, compreso Pharrell Williams).

Foto: © mkhmarketing (Flickr)