Agli appassionati di lingua (e non solo) il nome di Licia Corbolante suonerà tutt’altro che nuovo: da anni, col suo seguitissimo blog Terminologia etc. (che nella presentazione lei stessa definisce “uno spazio personale dove condivide considerazioni, esperienze e competenze nel suo ambito di lavoro”), affiancato da un puntuale e vivace profilo Twitter, riflette su italiano e questioni terminologiche, dimostrando come la terminologia – lungi dall’essere una disciplina di nicchia – sia invece indissolubilmente legata all’attualità, e come la cura con cui ci relazioniamo al nostro vocabolario abbia anche importanti risvolti sociali, tanto più oggi, in un mondo dominato da fake news e sensazionalismo dell’informazione. Le abbiamo fatto alcune domande per conoscere un po’ di più del suo percorso e della sua idea di “italiano corretto”.

Hai una formazione da traduttrice: quali sono i punti di contatto fra la professione del terminologo e quella del traduttore, e quali invece gli elementi che le differenziano?

Un punto di contatto tra il terminologo e il traduttore è la formazione linguistica, che spesso è la stessa: non mi risulta che in Italia ci siano ancora corsi di laurea in terminologia, anche se negli ultimi anni sono stati introdotti insegnamenti specifici in diverse università. Terminologo e traduttore hanno in comune il trasferimento di conoscenza e quindi sono entrambi comunicatori, ma hanno priorità e approcci diversi. Il terminologo non si occupa di lessico generico (parole) ma solo di lessico specifico di un settore specializzato (termini) che gestisce in modo proattivo e sistematico: è responsabile di estrazione, ricerca, raccolta, descrizione, documentazione e riutilizzo coerente dei concetti e dei termini associati, attività che di solito avvengono prima che inizi la traduzione. Inoltre, il terminologo opera principalmente con un approccio orientato al concetto: analizza le caratteristiche essenziali e distintive di ciascun concetto all’interno del suo sistema concettuale, quindi valuta le sue denominazioni nella lingua di partenza e solo dopo queste operazioni considera le opzioni nella lingua di arrivo. Il mantra del terminologo è “i termini NON si traducono”: si deve cercare un equivalente nella lingua di arrivo. Per il traduttore prevale invece l’approccio orientato al termine: si parte dalle parole per arrivare ai loro significati e quindi alla comprensione del testo e le attività terminologiche sono spesso reattive e ad hoc.

Come ti sei avvicinata alla terminologia? Da cosa è nata questa tua passione?

Lavoro da tempo nel mondo della localizzazione, che dai suoi inizi ha subito molte evoluzioni. Tra queste c’è stata una sempre maggiore attenzione alla gestione sistematica della terminologia, in particolare nei primi anni di questo secolo. Fin dagli inizi della mia carriera avevo comunque sempre ritenuto fondamentale il ruolo della terminologia per semplificare e standardizzare, ridurre le ambiguità, contribuire a una traduzione più accurata e quindi a un’esperienza più positiva per l’utente finale. Proprio per questo mio interesse avevo approfondito le mie conoscenze terminologiche, anche teoriche, ben prima di diventare ufficialmente una terminologa.

Si discute molto degli anglicismi, soprattutto quando vengono usati a sproposito dalle istituzioni. Cosa differenzia un forestierismo “di lusso” (superfluo) da uno che invece è utile, quando non addirittura insostituibile? E soprattutto, secondo te, questa presunta invasione è una minaccia reale o solo percepita?  

Ammetto di avere una certa antipatia per la locuzione “prestito di lusso” che tutti abbiamo imparato a scuola: comunica l’idea che i forestierismi siano qualcosa di ricercato e pregiato a cui ambire! Battute a parte, preferisco la distinzione tra prestiti insostituibili, utili e superflui fatta dai linguisti Valeria Della Valle e Giovanni Adamo.

Tutte le lingue fanno uso di prestiti, a iniziare dall’inglese che ne ha moltissimi: non vanno demonizzati perché sono uno dei tanti meccanismi di cui disponiamo per arricchire il lessico. Credo siano inevitabili in alcuni linguaggi tecnico-scientifici e settoriali, soprattutto se si tratta di ambiti in cui l’inglese è la lingua dominante. Se poi entrano anche nel lessico comune quando l’uso è già consolidato tra gli esperti, non avrebbe molto senso cercare soluzioni alternative che creerebbero incongruenze. Il prestito ha comunque dei vantaggi: ha valore monosemico che gli dà distintività e spesso consente di usare un’unica parola quando in italiano servirebbe una locuzione. Pensiamo ad esempio a roaming, che è breve, inconfondibile, identifica il concetto in modo univoco e ha il vantaggio di essere un internazionalismo usato anche in altre lingue.

Anche al di fuori dei lessici specialistici ci sono contesti in cui i forestierismi sono giustificati, ad esempio quando si tratta di concetti per noi nuovi importati da un’altra cultura, come piatti o ingredienti particolari: insostituibile muffin, utile cheesecake perché non è la stessa cosa di una torta di/al formaggio, invece del tutto superfluo ginger per zenzero.

È in atto un’invasione di anglicismi? A giudicare dall’uso di chi ci governa, dei media e negli uffici milanesi (!) si direbbe di sì, però poi nelle conversazioni di tutti i giorni l’uso è limitato a prestiti utili e insostituibili: non credo che nella vita reale ci sia davvero qualcuno che dice poltrona white&blue o angolo cooking come si legge in certe riviste femminili. In ogni caso, sono convinta che ci vorrebbe maggiore consapevolezza linguistica, soprattutto da parte di chi si occupa di comunicazione: dovremmo riuscire a diffondere l’idea che lo sfoggio di anglicismi superflui non dimostra conoscenza dell’inglese ma al contrario attesta ignoranza sia dell’inglese che dell’italiano. Qualche esempio? Prestiti come speech, talk, call, reading che in inglese sono parole estremamente generiche ma che in italiano vengono usate come se fossero più precise e più evocative di qualsiasi altra opzione già esistente, oppure gli pseudoanglicismi e l’inglese “farlocco” ministeriale, come Cinema2Day, Bulloff, Contamination Lab, job on call e i vari Act.  Nel mio blog mi occupo spesso di anglicismi istituzionali come questi perché da cittadina penso sia inaccettabile che le istituzioni usino parole che non tutti capiscono e soprattutto che facciano passare il messaggio che l’italiano non ha le risorse lessicali adeguate a denominare nuovi concetti e quindi si deve ricorrere all’inglese.

Il tuo blog, Terminologia etc., è riuscito nella non facile impresa di dare a un argomento come la terminologia, ostico per i più, una veste accattivante, questo grazie anche alla costante attenzione ai dilemmi linguistici posti dall’attualità: dai funambolismi linguistici di Donald Trump ai falsi amici e gli errori di traduzione in cui spesso incappa la stampa nostrana, non ti sfugge nulla delle mille occasioni in cui ogni giorno la realtà ci rivela quanto “le parole sono importanti” e quindi dobbiamo stare attenti a come sceglierle. Come è nata l’idea del blog?

Sono diventata blogger mio malgrado, non è stata una mia idea! Era il 2008, lavoravo in Microsoft come senior Italian terminologist e in quel periodo andava per la maggiore il cosiddetto community engagement. Per me e i miei colleghi si era concretizzato nell’incarico di aprire dei blog per comunicare direttamente agli utenti le nostre scelte terminologiche e di localizzazione. Superata qualche perplessità iniziale, il blog e l’interazione con i lettori mi hanno presto entusiasmata e quando, un anno più tardi, i nostri ruoli sono stati esternalizzati, ho deciso di continuare il blog. Ho trasferito i vecchi post e ho mantenuto il nome, Terminologia etc., scelto perché intendevo occuparmi soprattutto di terminologia ma dare spazio anche ad altre considerazioni linguistiche sull’italiano e sull’inglese: nel nome del blog sono rappresentate da etc., abbreviazione latina usata in entrambe le lingue. Sono passati quasi dieci anni, ho scritto più di 1900 post ma non mi sono ancora stancata: continuo ad essere affascinata dai meccanismi linguistici e dalla terminologia e mi piace condividere questa passione con i miei lettori.

Una domanda che abbiamo rivolto a tutti i nostri intervistati in occasione della seconda edizione di Italiano Corretto, e che ora facciamo anche a te: esiste un “italiano corretto”? E se sì, come lo si riconosce?

Per me italiano corretto vuol dire italiano adeguato. Non esiste un unico italiano perché la lingua è un sistema multidimensionale: bisogna sapere usare e scegliere varietà diverse a seconda della situazione, dell’interlocutore e delle finalità comunicative. Mi piace riflettere sui meccanismi e le peculiarità della lingua proprio perché fanno apprezzare la sua complessità ma anche l’enorme flessibilità e le sue infinite sfumature, sfaccettature e potenzialità espressive. Ho apprezzato molto Italiano Corretto perché anche lì ho ritrovato questi aspetti e sono molto curiosa di vedere cosa proporrete per la prossima edizione.