Traduttrice di narrativa dall’inglese da ben quattordici anni, Federica Aceto si è confrontata con peculiarità e idiosincrasie linguistiche di alcune tra le migliori penne del panorama letterario anglofono: da Martin Amis ad Ali Smith, da Don DeLillo (per la traduzione del suo End Zone ha vinto nel 2015 il Premio Gregor von Rezzori) a Sarah Hall. Il 13 maggio ci parlerà dell’“italiano scorretto delle traduzioni” e della sfida costantemente affrontata dal traduttore editoriale, chiamato a rendere sempre e comunque la voce dell’autore, a volte anche nelle sue scorrettezze, colloquialità, connotazioni geografiche. L’abbiamo intervistata per farci anticipare qualcosa.

Il traduttese – l’italiano omologato da traduzione, per forza scorrevole, per forza lineare, in fin dei conti banalizzante – è ormai un po’ uno spauracchio, ma per noi traduttori editoriali è fin troppo reale: ci sapresti indicare due o tre campanelli d’allarme per individuarlo? Se nel cosiddetto doppiaggese imperversano l’”amico” e i “fottutamente”, quali sono secondo te gli stereotipi linguistici in cui è più facile incappare nella narrativa cosiddetta “alta”, insomma in letteratura?

Più che in determinate parole, secondo me il traduttese si insidia in certe costruzioni sintattiche che ricalcano passivamente le strutture della lingua di partenza. Faccio qualche esempio dall’inglese, lingua che conosco meglio e soprattutto la lingua da cui si traduce di più: la pletora di gerundi, l’abbondanza di frasi introdotte da mentre e quando (che ricalcano l’onnipresente as nelle descrizioni di azioni in lingua inglese), i disse pleonastici (pleonasticissimi e vistosissimi in italiano). Un tipico “errore” è quello di voler rendere sempre e comunque un aggettivo con un aggettivo, un avverbio con un avverbio, l’istinto di trasportare intoccato da una lingua all’altra l’ordine degli elementi di una frase. Traduzione non vuol dire vocabolo X nella lingua di partenza = vocabolo Y nella lingua d’arrivo.
Mi viene in mente la famosa citazione dal Gattopardo: cambiare tutto affinché nulla cambi. Ecco, in traduzione spesso funziona proprio così, soprattutto per la sintassi.

L’italiano con cui un traduttore lavora è perlopiù il “suo” italiano, nutrito e influenzato dal lessico familiare, dal dialetto, dalla formazione, dal momento storico, da piccole e grandi idiosincrasie, lacune scolastiche, preferenze personali. Come ti regoli per stabilire se un’innovazione linguistica che stai per inserire in una traduzione è effettivamente funzionale al testo e alla voce dell’autore, o piuttosto è una forzatura evitabile?

Chiedo ad amici e conoscenti di altre parti d’Italia o di generazioni. Poi, il fatto che un’espressione risulti sconosciuta ai più o che risulti troppo marcatamente regionale o legata a un contesto storico e sociale non è per forza un’indicazione che sia da cassare, ma se nel testo di partenza è una parola o una frase che non deve spiccare più di tanto, allora forse sì, va sostituita con qualcosa di meno straniante. Di solito diamo per scontato che inserire espressioni regionali in traduzione sia una cosa da evitare. Ma mi vengono in mente tante traduzioni (giustamente) celebrate dove le espressioni italiane regionali abbondano. Una su tutte: Viaggio al termine della notte di Céline nella traduzione di Ernesto Ferrero. Quindi dipende: in traduzione non esistono regole precise, purtroppo (o per fortuna); ogni autore, ogni libro, ogni frase detta di volta in volta le proprie.

Raccontaci una soluzione linguistica utilizzata in una tua traduzione di cui vai particolarmente fiera, che ti sembra particolarmente azzeccata, e un’altra che invece magari, ripensandoci adesso, non ti convince più così tanto.

Sono particolarmente fiera di aver inserito la parola “malaccissimo” in una traduzione di Martin Amis, non ricordo più se si tratta del Dossier Rachel o di Successo. Era una promessa (più una sorta di scommessa, forse) che avevo fatto ad altri due traduttori, Barbara Ronca e Luca Fusari. Di cose che non mi convincono tanto, invece, è lastricato il mio percorso professionale. Ma è normale, credo. Ogni volta che mi capita di rileggere mie cose vecchie trovo frasi che stridono, che non mi convincono, che avrei reso diversamente, anche se ora non mi vengono esempi precisi. Ovviamente, quando mi rileggo dopo diverso tempo, ci sono anche tante cose che mi piacciono e che mi riempiono di orgoglio. Ma è tipico che quelle che non piacciono facciano più rumore.

Da ultimo, la domanda da cento milioni di dollari: esiste per te un Italiano Corretto? E se sì, qual è?

Esistono tanti italiani corretti, non uno solo, soprattutto in campo letterario. Mi spiego meglio: se devo rendere un registro colloquiale, “a me non mi piace” può risultare più corretto, cioè più plausibile di “a me non piace”. La lingua ideale non esiste, la lingua che ha un solo canone è una lingua morta. L’italiano della letteratura, e quindi di conseguenza anche l’italiano delle traduzioni, non può e non deve aspirare a un modello perfetto di lingua, che non esiste, ma deve riprodurre e rappresentare, seppure all’interno di regole ben precise e a seconda del contesto, le varianti reali o plausibili di tutti gli italiani parlati, di tutti gli italiani possibili e vivi.