La seconda edizione di Italiano Corretto prevede un’interessantissima collaborazione con due soggetti particolarmente noti a chi, in Italia, lavora con le parole e la scrittura: BooksinItaly e il Laboratorio Formentini per l’Editoria. Di recente queste due realtà hanno organizzato un ciclo di incontri dal titolo Come sta (e dove va) l’italiano, a cura di Mariarosa Bricchi, che ha dialogato con Giuseppe Antonelli, Giuseppe Patota e Gian Luigi Beccaria a proposito degli italiani (al plurale!) che si parlano oggi, tra evoluzioni, involuzioni, novità e trasgressioni, regole e libertà. Non la lingua che scrivono gli scrittori, ma la lingua quale bene comune dei parlanti, che usandola la mantengono viva e la ricreano.

Del ciclo di incontri è stato realizzato un video (scaricabile per intero all’indirizzo http://www.booksinitaly.it/it/ingrandimenti/come-sta-e-dove-va-litaliano/), il cui teaser verrà proiettato sabato 13 maggio a margine dell’intervento di Mariarosa Bricchi per Italiano Corretto. Mariarosa ci ha rivelato qualche retroscena dell’iniziativa milanese e ci ha spiegato a grandi linee di cosa parlerà a Italiano Corretto (dove, il venerdì, terrà un laboratorio che ha già fatto il tutto esaurito). Ecco cosa ci ha raccontato.

Com’è nata l’idea degli incontri al Laboratorio Formentini? E in che senso si può parlare di “italiani”, al plurale?

La scommessa era raccontare alcuni aspetti essenziali della lingua parlata di oggi; e farlo in modo corretto, non banale, accattivante. Per questo abbiamo pensato alla forma della conversazione, e costruito tre incontri su temi diversi e complementari: nel primo ho dialogato con Giuseppe Antonelli sul tema L’italiano plurale: le lingue che parliamo; nel secondo con Giuseppe Patota sul  tema Il comune senso dell’errore; nel terzo con Gian Luigi Beccaria sul tema La traccia delle parole. Dunque si è discusso di italiani parlati, dove il plurale è d’obbligo se guardiamo alle tante, ricchissime sfaccettature della lingua: varietà locali e regionali, dialetti, influssi dell’inglese, sottocodici, registri. Abbiamo poi parlato della norma grammaticale e, soprattutto, della sua mobilità a seconda delle diverse situazioni comunicative. E abbiamo infine raccontato alcune delle mille storie che le parole portano con sé. Credo che gli eventi abbiano funzionato soprattutto grazie ai nostri ospiti: tre studiosi di grande qualità, capaci di usare la lingua anche per coinvolgere e appassionare il pubblico.

L’idea della lingua come “bene comune” ricorre spesso nel tuo lavoro e nei tuoi interventi; è anche alla base del laboratorio sui dizionari che terrai a Italiano Corretto il 12 maggio 2017. Puoi spiegarci meglio in che modo l’uso che facciamo della lingua può assumere una valenza pubblica e addirittura sociale?

In effetti è un’immagine che mi piace. I beni comuni sono un patrimonio condiviso dai membri di una comunità, una proprietà collettiva. Come la lingua, che tutti i parlanti di un paese acquisiscono per diritto di nascita. Ma, accanto all’aspetto del diritto, c’è quello, anche più interessante, del dovere. Le risorse comuni – naturali, culturali, ambientali – vanno rispettate e tutelate. E così anche la lingua: parlare e scrivere bene, cioè comunicare in modo chiaro ed efficace; e capire correttamente i discorsi degli altri, anche quelli complessi, sono aspetti decisivi della vita associata. Non dominare le parole ma esserne dominati è una forma, triste, di esclusione. Giovanni Nencioni ha parlato di uso responsabile della lingua come carattere specifico degli scrittori. Ecco, questa responsabilità che, a livelli diversi, riguarda tutti, significa avere cura della lingua, riconoscendole anche il ruolo di uno strumento di cittadinanza.

L’epidemia di “congiuntivite” che affligge l’italiano attuale e di cui parlerai anche nel tuo intervento del 13 maggio sembrerebbe indicare che nell’utilizzo della lingua si rischia di sbagliare sia per scarsa conoscenza della norma che, al contrario, per ipercorrettismo. È possibile, secondo te, un equilibrio virtuoso tra questi due estremi? E se sì, come lo si raggiunge?

Quando, due o tre anni fa, mi sono divertita a coniare la definizione di congiuntivite, mi ero resa conto che i rapporti (complicati!) col congiuntivo possono deragliare in due direzioni opposte. La più ovvia, tipica dei parlanti meno colti, è l’assenza di congiuntivi là dove sono necessari. Ma un altro problema, più subdolo, è l’eccesso di congiuntivi in quelle subordinate completive dove il verbo reggente richiede, come prescrive la grammatica, l’uso dell’indicativo. Ci sono diverse ragioni, la principale è una forma di insicurezza che spinge chi dubita delle proprie competenze linguistiche a preferire l’opzione ritenuta più colta. Col tempo, però, ho dovuto registrare un altro aspetto che, agli inizi della mia crociata contro la congiuntivite, avevo visto meno nettamente: i congiuntivi in eccesso sono diffusi non solo in scritture un po’ pericolanti, ma anche nei discorsi e negli scritti di parlanti consapevoli. Al punto che riconosco una situazione di conflitto in atto: nonostante la norma grammaticale sia chiara, alcuni verbi che dovrebbero reggere l’indicativo sono sempre più spesso seguiti dal congiuntivo. Non è corretto, e a me non piace, però è un uso che esiste: è bene evitarlo, ma non possiamo ignorarlo.

Lo abbiamo già chiesto ad altri relatori e lo chiediamo anche a te: esiste a tuo avviso un “italiano corretto”? E come lo si riconosce?

La grammatica non è un sistema di regole astratte, date una volta per tutte e inflitte dall’altro su una moltitudine di parlanti passivi; ma è invece l’attualizzazione di un sistema di regole che si realizzano nella storia. E di regole che si adeguano al canale (scritto o parlato), alla situazione, al registro. C’è anche un altro aspetto importante: la grammatica prescrive sì norme, ma concede ampi margini di scelta; è fatta di regole e di libertà. L’italiano corretto esiste (ci sono ottimi strumenti di verifica, dalle grammatiche ai vocabolari), e va praticato. Ma qui viene il bello: una lingua corretta non è semplicemente una lingua senza errori, ma soprattutto una lingua duttile e flessibile, calata nel suo tempo e capace di rispondere con efficacia alle diverse esigenze comunicative.


Mariarosa Bricchi, storica della lingua italiana, si occupa di prosa letteraria e di questioni linguistiche dell’Otto e del Novecento. Ha insegnato nelle Università di Pavia, Pisa, Urbino ed è stata visiting scholar alla Columbia University, New York. Tra i suoi libri: La roca trombazza. Lessico arcaico e letterario nella prosa narrativa dell’Ottocento italiano (2000); Manganelli e la menzogna. Notizie su “Hilarotragoedia” (2002); La grammatica del buio. Strategie testuali di Manzoni saggista (2017, in uscita).

Lavora da tempo su temi legati alla traduzione e alla revisione: come editor, ha rivisto le traduzioni di moltissimi romanzi e racconti; e tiene abitualmente corsi di grammatica per traduttori e di editing in diverse Università, al Master di editoria dell’Università Statale di Milano presso la Fondazione Mondadori, e all’agenzia formativa europea Tutto Europa di Torino.

Oggi editor free-lance, è stata in passato editor della BUR (dove ha creato la collana Scrittori Contemporanei Original, pubblicando per la prima volta in italiano Mavis Gallant e James Salter, Zhang Ailing e Willem Frederick Hermans); quindi direttore editoriale di Bruno Mondadori Saggistica; e ha ideato, presso Jaca Book, la collana di letteratura internazionale Calabuig.

Collabora ai supplementi culturali “Domenica” (“Il Sole 24 ore”) e “Alias” (“il manifesto”).