Esperto di enigmistica, docente di Semiotica e di Teorie della creatività alla Iulm (Milano), giornalista, autore di moltissimi saggi dedicati agli usi (e agli abusi) della nostra lingua, Stefano Bartezzaghi sarà con noi a Italiano Corretto, sabato 13 maggio, per parlare di una sorta di nuova moda che oggi ci vuole tutti “linguisti per caso”: dispute grammaticali, sottigliezze lessicali, sberleffi stilistici costituiscono una parte non trascurabile della comunicazione aggressiva odierna, specialmente sul Web. Sembra che si stia tutti diventando ipersensibili al tema della lingua e se, fino a poco tempo fa, di italiano si disquisiva solo all’interno di determinati circoli, e commenti e valutazioni erano espressi solo da eruditi, oggi invece pullulano le rubriche dedicate al “come si dice” o “come si scrive”, si commentano sui social le sviste dialettali nei libri, gli strafalcioni dei presentatori televisivi, degli inviati dei TG, dei politici. Abbiamo intervistato il professor Bartezzaghi prima del suo intervento a Pisa per sapere cosa ne pensa dello stato attuale della lingua italiana.

Partiamo dal tema del suo intervento: è innegabile che mentre fino a poco tempo fa chi “aveva voglia di litigare” andava a cercare occasioni per farlo al bar, oggi chi è in vena di accapigliarsi col prossimo predilige come nuovo ring il Web (forse anche in virtù del mantello dell’invisibilità garantito dall’anonimato). Molte di queste dispute riguardano la lingua, e gli “addetti ai lavori” non possono certo starsene ai margini. Ritiene sia un dovere per linguisti (ed esperti in genere) scendere dalla loro torre d’avorio per partecipare alla mischia, se non altro per ristabilire un po’ l’ordine?

Non sono sicuro che esistano ancora torri d’avorio. Mi pare che siano state sostituite tutte da piccoli piedistalli di Hyde Park Corner, quel luogo di Londra dove chiunque può ergersi su una cassetta della frutta rovesciata e rivolgere un discorso ai passanti. A volte gli interventi dei linguisti (o degli «esperti in genere») mi mettono un po’ di malinconia, perché mi sembrano reclamare a sé un’autorevolezza che non molti sono più disposti a dare a nessuno. Nelle questioni linguistiche, poi, ogni singolo parlante ha, come è ovvio, la sua autonomia. Ci sono però casi in cui l’utente linguista di Facebook o Twitter è capace di fornire un servizio tecnico e qualche chiarimento sul funzionamento della lingua, senza pretendere di partecipare a mischie o sedarle, e sono i casi migliori.

Tutta quest’attenzione alla norma suona un po’ curiosa, dato che (volendo ricostruirne la vicenda per paradosso) l’italiano in fin dei conti non è altro che il frutto della corruzione del latino, e ancora oggi una delle sue caratteristiche più distintive è l’incredibile eterogeneità (pensiamo ai dialetti, agli italiani regionali, ecc.). In quest’ottica, forse, l’errore non è sempre un male: lei cosa ne pensa?

L’errore non è sempre un male, anzi in sé non lo è mai. Dipende sempre da contesti e circostanze; inoltre lo studio della genesi degli errori, quando è possibile, apre prospettive molto interessanti. Per esempio, negli scritti degli studenti (ma a volte anche durante i loro esami orali) è abbastanza frequente trovare ricorrenze dell’altrove irreperibile pronome «egli» (cosa che peraltro non mi pare capiti con «ella»). È abbastanza evidente che lo scrivente sente che l’occasione «ufficiale» richiede un registro più formale di quello usato quotidianamente. Non infrequente è anche il caso in cui usino «egli» non in funzione di soggetto e finiscano per scrivere «con egli», «da egli», o simili. Al loro orecchio non stona, o almeno non stona più di quanto faccia l’«egli» usato correttamente. Questa mi pare la vera materia di riflessione: la mancanza di «orecchio» per ogni registro che non sia colloquiale. L’errore ne è un effetto, a questo punto, collaterale. A mio modo di vedere, l’errore è la lingua che gioca con sé stessa e si prende gioco di noi.

In questo contesto di allarme sull’imbarbarimento dell’italiano, specie da parte delle nuove generazioni, a farla da padrone è stato un dibattito che ha riguardato anche la scuola, accusata da molti di non avere la capacità di garantire agli studenti un’adeguata padronanza della nostra lingua, lasciandoli in balia degli effetti dei social, dell’assedio dei forestierismi e non solo. Condivide quest’allarme, o ritiene che nelle attuali contaminazioni che stanno interessando la nostra lingua ci siano anche dei segnali positivi, di innovazione? E la scuola che ruolo dovrebbe avere? Non avrebbe più senso che insegnasse ai ragazzi a essere in grado di “setacciare” i vari influssi a cui sono esposti, piuttosto che la norma fine a se stessa?

Quello che la scuola può fare è trasmettere un’attenzione per la lingua. Prima di andare a scuola i bambini parlano la lingua della famiglia e dei compagni di gioco, una lingua in cui basta intendersi. La scuola è la prima reale esperienza sociale ed è in quell’ambito che si può capire come occorre saper parlare in modo diverso a seconda delle occasioni e degli interlocutori. Non è tanto una questione di norme quanto di consapevolezza, e di estensione dei propri registri espressivi. A mancare è soprattutto la propensione a leggere, a comprendere compiutamente e a essere «esposti» a diversi usi della lingua.

 Chiudiamo con la domanda che stiamo facendo a tutti i nostri relatori: esiste, secondo lei, un “italiano corretto”, oggi? E se sì, come lo riconosciamo?

Non esiste un italiano corretto; ne esistono molti, a seconda delle situazioni. Io faccio spesso l’esempio dell’avviso ferroviario nelle stazioni con i treni ad alta velocità: «Per agevolare l’accesso ai treni invitiamo i viaggiatori a disporsi lungo il marciapiede in base alla posizione della carrozza relativa al livello di servizio acquistato, consentendo prima di salire la discesa dei viaggiatori in arrivo». Il periodo non ha nulla, grammaticalmente, che non vada; però non direi neppure che sia un esempio di buon italiano. Non so se si tratti di correttezza o meno, dipende da come intendiamo la parola: ma non è neppure una questione di «stile». Si tratta di essere adeguati a quanto si deve dire in una data situazione: questo può anche sopportare forzature alle norme della grammatica, ma invece non può esistere senza consapevolezza dei propri mezzi espressivi.