Sociolinguista e responsabile del profilo Twitter dell’Accademia della Crusca lei, giornalista ed esperto di dinamiche dei social media lui: Vera Gheno e Bruno Mastroianni, i protagonisti della serata-spettacolo al Cinema Teatro Lux di Pisa che venerdì 12 maggio farà da corollario alla seconda edizione di Italiano Corretto, sono tra i promotori del Manifesto della Comunicazione non Ostile, lanciato nelle scorse settimane a margine della bella iniziativa triestina Parole O_stili, dedicata a “promuovere il dialogo e il confronto tra professionisti e personalità di diversi settori a cui le parole e il linguaggio stanno a cuore.”

“La ferita provocata da una parola non guarisce”, era il proverbio usato come slogan dalla manifestazione. Perché le parole sono ponti, e specie nei meandri di una Rete relativamente giovane, come ha osservato Vera a Trieste, rischiamo di muoverci con la stessa leggerezza di neopatentati al volante di una Ferrari: i luoghi virtuali ospitano persone reali, e dobbiamo imparare a criticare le idee rispettando gli interlocutori. Italiano “corretto”, quindi, non solo nei contenuti, ma anche nelle forme e modalità di comunicazione e confronto da cui oggi la nostra lingua in costante evoluzione non può più prescindere.

Di questa idea di nuovo galateo del Web e della comunicazione 3.0, improntata alla scambio e alla condivisione pacifica con una varietà multiforme di punti di vista e opinioni a cui oggi Internet ci impone di relazionarci, Vera e Bruno parleranno anche il 12 maggio al Lux: li abbiamo intervistati per voi, in attesa di addentrarci in loro compagnia, a Pisa, nei meandri della logica della disputa felice.

L’inarrestabile sviluppo delle tecnologie digitali ha annullato la “selezione all’ingresso” dei punti di vista con cui siamo disposti a confrontarci. “Nel mondo dell’iper-connessione trasversale dei social, nessuno può avere il privilegio di escludere interlocutori”, scrive Bruno sul suo blog, perché rinunciare al dialogo significherebbe rassegnarsi a perdere in partenza. Dalla responsabilità e dall’impegno che questa “interazione forzata con il diverso” comportano possono nascere delle nuove opportunità per la nostra lingua?

Vera: Certo che sì. Secondo me si cresce, culturalmente, soprattutto quando si è curiosi di ciò che non si conosce, o non si conosce bene. Misurarsi con persone “diverse da noi”, quale che sia il piano che coinvolge tale diversità, ci “costringe” a rimettere in discussione la nostra visione del mondo, di cui la lingua, in un certo senso, è descrizione. In altre parole: vediamo il mondo in un certo modo, e di conseguenza lo descriviamo con certe parole invece che con altre. Quando siamo spinti a interagire con mondi diversi, possiamo arricchirci anche sul piano linguistico: incontriamo nuove convenzioni sociali che portano a nuovi rituali linguistici, nuovi significati che necessitano di significanti, ossia parole, che prima non facevano parte del nostro lessico (salutiamo Saussure, qui!), e in generale possiamo beneficiare di un arricchimento delle nostre competenze comunicative. Parlare sempre con chi è come noi, e la pensa come noi, è fin troppo facile.

Bruno: Non solo possono nascere nuove opportunità, il confronto in realtà è l’unico modo per crescere intellettualmente e culturalmente. La cultura (e quindi anche la lingua) vive e si sviluppa solo se ci sono differenze che si incontrano. Quando cerchiamo di farci capire da qualcuno distante da noi dal punto di vista culturale, ideologico, religioso, facciamo lo sforzo di scegliere bene le parole, di usare argomentazioni universali, di offrire elementi fondati e riconoscibili nella conversazione. Al contrario quando parliamo nel “nostro giro” (nel nostro gruppo culturalmente omogeneo) tendiamo a esprimerci per parole chiave e argomentazioni già assodate. Nel primo caso c’è sforzo di trovare nuove vie più efficaci di esprimersi – e quindi modi più evoluti di descrivere la realtà – nel secondo c’è imitazione, conformismo, conferma di ciò che già è accettato. Non c’è progresso.

Cos’è che ti fa venire la tentazione di venir meno al sacro comandamento della disputa felice? Ci sono dei tic linguistici e/o comunicativi che ti spingerebbero ad alzare bandiera bianca, sui quali non ti sentiresti mai di soprassedere? Se sì, quali?

Vera: Io talvolta mi adombro quando mi ritrovo a ripetere centomila volte le stesse cose, per esempio a sfatare le bufale (una fra tutte? Che la Crusca avrebbe promulgato “presidenta” come femminile di “presidente”: una notizia falsa inventata da un certo quotidiano e mai smentita); ma nel momento in cui starei perdendo la calma mi ricordo che è troppo facile prendersela con chi è “vittima” di una comunicazione estremamente orizzontale, che del resto è una delle caratteristiche dei social: raramente le persone leggono i commenti precedenti al proprio, o si informano prima di parlare. E allora richiamo alla mente la mia stessa metafora, quella dei neopatentati alla guida di una Ferrari, e mi rimangio gli improperi che mi stavano salendo in gola pensando che abbiamo ancora molto spazio, e opportunità, per crescere, come cittadini della rete.

Bruno: La disputa felice richiede sempre uno sforzo. A nessuno viene facile o spontanea. Tutti vorremmo evitare discussioni e vivere in una pace in cui ci troviamo tutti d’accordo. È un’illusione e anche una certa pigrizia mentale. A mio avviso non c’è nessun limite alla disputa se non di fronte alla violenza o alla follia. In questi casi la disputa non può nemmeno iniziare: gli insulti o la sospensione dell’uso di ragione annullano qualsiasi possibilità di comunicazione. Diverso è il discorso per quelle espressioni che di solito ci fanno offendere. Ad esempio i “ma che dici”, i “non posso credere tu abbia detto una cosa del genere”, oppure le generalizzazioni “dici così perché sei ateo/credente/comunista/di destra, ecc.”… Quando qualcuno usa queste espressioni, soprattutto in una conversazione online, è subito litigio. Con un po’ di allenamento si può imparare a ignorarle e soprattutto a evitare di usarle. Non è una questione di bon ton o tattica: sono modi espressivi che non aggiungono nulla alla conversazione e anzi distraggono dal merito del tema. Imparare a non servirsene e a non farsi toccare emotivamente da esse è un metodo per far restare il confronto sulla questione e non lasciarla scadere nel conflitto tra le persone.

I tuoi tre comandamenti (non barare, devi sceglierne solo tre) per vivere (e dialogare) “felici e connessi”.

Vera: Lo faccio con tre citazioni (più o meno colte):
1) “Scrivi come se tua madre ti stesse leggendo”, mutuato dal linguista americano David Crystal. Insomma, tendo a non scrivere in rete niente di cui mi vergognerei davanti a mia madre.
2) “Le parole sono importanti”, come dice Nanni Moretti. Citazione consunta, ma efficace, che possiamo approfondire egregiamente leggendo, ad esempio, Lezioni Americane di Italo Calvino.
3) “La scrittura è un atto di identità”; questa l’ho riformulata io in base ai miei studi di sociolinguistica (cfr. ad es. questo classicone https://www.amazon.com/Acts-Identity-Creole-Based-Approaches-Ethnicity/dp/0521316049), ma in sostanza vuol dire che ciò che scrivo mi definisce, e quindi non è un’azione che compio mai con leggerezza.

Bruno: Eccoli qui:
1) Parlare per ciò che si è veramente. Ridurre con sincerità il proprio campo: limitarsi a discutere su ciò di cui si è davvero competenti, perché lo si è approfondito o perché se ne ha esperienza diretta. Questo aumenta l’autorevolezza e le chance di discutere in modo felice. Chi invece parla di tutto – e quindi di ciò che spesso non padroneggia – di solito litiga.
2) Fare lo sforzo di entrare sempre nel “mondo” dell’altro. Partire dai suoi giudizi – anche e soprattutto quando sono pregiudizi – prendendoli per buoni e occupandosi di loro con il ragionamento. Mai liquidare invece le argomentazioni altrui a priori, bollandole come sciocche, superficiali, ignoranti, aggressive, ecc. La disputa richiede che si “giochi” sempre sul campo, anche a costo di ripetere con pazienza cose ovvie e rispondere a enormità.
3) Essere autoironici e scendere dai piedistalli. Presentarsi in disputa accettando i propri limiti, esponendo la propria umanità e ridendo dei propri difetti o errori, rende più efficaci e non fa perdere punti. È finita l’epoca dei ruoli (il professore, lo scienziato, l’avvocato) e delle fonti autorevoli (la scienza, la dottrina, il codice). In disputa siamo tutti persone singole senza divise. Ogni argomentazione deve essere presentata a partire da zero, facendo appello al senso comune, senza dare nulla per scontato e soprattutto in una posizione di parità tra i disputanti, anche quando ci sono differenze professionali, accademiche, sociali o di altro genere. Nel disputare la posizione non è mai un argomento valido.