Quello di Andrea De Benedetti (giornalista, saggista, docente e traduttore) a Italiano Corretto è un graditissimo ritorno: nell’edizione 2016 ha passato in rassegna l’intricata evoluzione della norma linguistica nel nostro Paese, dalla Crusca a Google, mentre quest’anno sarà protagonista, venerdì 12 maggio, di un seminario che ha già fatto il tutto esaurito, dedicato alle grammatiche e a come esse ci spingono, col loro carattere più descrittivo che prescrittivo, a sondare i meccanismi di funzionamento più profondi della nostra lingua, ricavando da questi – non dal gusto quindi, e neppure dalla tradizione – le regole che la strutturano. Abbiamo fatto due chiacchiere con lui per saperne un po’ di più sul suo intervento (e su cosa pensa dello stato attuale della nostra lingua).

Esistono non una ma cento, mille grammatiche, a quanto pare dal tema del seminario che terrai a Pisa venerdì 12 maggio. Come stanno oggi, considerato che i social, la globalizzazione e un complesso di fenomeni che secondo molti segna un ritorno all’oralità le tengono sotto assedio? In che modo sono cambiate (in meglio e in peggio)?

Le grammatiche, intese come descrizioni sistematiche della lingua, stanno bene. Anzi, verrebbe da dire che stanno sempre meglio: l’offerta è vasta, gli approcci variegati, i metodi e gli strumenti d’analisi sempre più affidabili, la qualità mediamente alta. Il discorso vale per le grammatiche “scientifiche”, innanzitutto, ma anche per quelle scolastiche, nonostante la tendenza di queste ultime ad accontentare un pubblico di insegnanti per lo più ancora abbastanza conservatore. Quella che non starebbe tanto bene – secondo alcuni, ma non secondo me – è la Grammatica con la G maiuscola, ovvero il sistema di regole che sottostanno all’uso della lingua. È certamente vero che rispetto al passato è più instabile ed esposta alle “scorrerie”, diciamo così, dei parlanti, ma lo è perché finalmente è diventata una lingua viva, un tesoro non più tenuto chiuso in museo ma messo in condivisione, un bene comune a cui tutti hanno accesso e sui cui destini tutti hanno la possibilità in qualche modo di incidere. Poi, certo, questo significherà probabilmente rinunciare a un pezzo del paesaggio linguistico in cui siamo cresciuti, ma un paesaggio che non muta è un paesaggio morto.

Sei anche un insegnante: che ne pensi dell’allarmismo diffuso che vede la scuola italiana fra i principali responsabili dell’involuzione dell’italiano delle giovani generazioni, se non altro per un certo lassismo che non le consente di garantire ai giovani una corretta padronanza della lingua? Da “gladiatore nell’arena”, quali ritieni che siano i principali accorgimenti che un docente è tenuto a utilizzare, oggi, per insegnare ai ragazzi a pensare (oltre che a scrivere e parlare) bene?

Se la domanda è: “hai firmato (o avresti firmato se te l’avessero chiesto) la lettera dei 600?”, la risposta è “no”. Non perché non ritenga che i ragazzi si esprimano complessivamente male, ma perché non mi convincono né l’eziologia (“è colpa della scuola”), né la diagnosi proposte dai firmatari. Soprattutto la diagnosi – “carenze di grammatica, sintassi e lessico” – mi pare un po’ sbrigativa e semplificatrice, perché circoscrive il problema a tre ambiti sui quali – soprattutto i primi due – sarebbe anche abbastanza facile intervenire e che comunque non incidono, se non marginalmente, sulla comprensibilità del messaggio. Voglio dire – e l’ho già detto tante volte – che il problema non è un apostrofo in più o un congiuntivo in meno. Il problema è la mancanza di un pensiero coerente e delle parole per dargli una forma, è l’assenza di nessi logici in un discorso che – scritto o orale che sia – tende a fluire torrenziale e disordinato come in un perenne stream of consciousness. E qui non c’entra la grammatica, ma la dimensione testuale della lingua, che è la parte di gran lunga più carente del sistema e che, chiamando in causa direttamente l’articolazione e l’organizzazione delle idee, non può essere ricondotta alle categorie “giusto” e “sbagliato”, ma richiede uno sforzo di analisi, comprensione, correzione e maieutica del pensiero a cui non tutti – io per primo – siamo preparati. Per quanto riguarda la cura, confesso di non avere le idee chiarissime. O meglio: un’idea ce l’ho. La cura è il tempo, nel senso che i ragazzi di oggi mi pare sappiano fare molte più cose di quelle che sapevamo fare noi alla loro età, ma che le facciano complessivamente peggio e non abbiano piena consapevolezza dell’importanza di farle bene. Noi imparavamo a scrivere meglio perché avevamo più tempo per farlo e perché ci risultava chiarissimo quanto fossero importanti.

“La possibilità di sbagliare non è soltanto la principale garanzia della nostra libertà. È anche, e soprattutto, il principale indicatore della vitalità di un idioma” hai scritto nel tuo libro La situazione è grammatica (Einaudi, 2015). Verissimo, non tutti gli errori sono un male, ma se te ne chiedessimo tre che proprio ti fanno inviperire e non sopporti? E tre invece su cui sei disposto a chiudere un occhio e che ormai non noti quasi più?

Gli errori che non sopporto? Non saprei fare una classifica. Diciamo che trovo più fastidiosi quelli commessi da chi occupa ruoli e posizioni che imporrebbero maggiore sensibilità e responsabilità verso l’italiano. Quindi un congiuntivo sbagliato da uno studente o da uno straniero mi fa sorridere, quello sbagliato da un senatore o da un giornalista mi irrita. Poi mi irritano anche gli errori, e più in generale le mode linguistiche, che vengono dall’alto, a cominciare dall’abuso di certi anglicismi. Gli errori su cui chiudo un occhio sono quelli che non stonano nel contesto in cui vengono commessi. Quanto al non notarli, mi chiedi troppo: dopotutto sono un professore.

Ultima domanda, quella di rito che abbiamo fatto a tutti i nostri relatori: esiste oggi, secondo te, un “italiano corretto”? E se sì, come lo si riconosce?

Non ne esiste uno: ne esistono tanti. È complessivamente corretto, con le debite eccezioni (che proprio in quanto tali fanno più rumore), l’italiano degli insegnanti e dei traduttori, dei buoni avvocati e dei buoni giornalisti, ma è a suo modo altrettanto corretto quello, popolare e pieno di regionalismi, del fruttivendolo sotto casa, quello, ingenuo e creativo, del bambino che acquisisce la lingua inventandola, e quello, in costruzione e un po’ maldestro, dell’operaio senegalese o della colf rumena, nella misura in cui è in grado di soddisfare i bisogni comunicativi di chi parla e le aspettative dei suoi interlocutori sociali e professionali. L’italiano scorretto non è quello con più errori: è quello sciatto di chi parla e scrive per luoghi comuni, è quello dolosamente opaco e ambiguo della burocrazia, della politica e della finanza, è quello arrogante e settario di certi intellettuali, è quello spocchioso e untuoso di chi è disposto a vendere qualunque cosa, compresa la propria dignità. Quasi sempre senza sbagliare un congiuntivo.