La politica, oggi più che mai, è lo specchio dei tempi, anche in virtù di ciò che ci dice rispetto all’evoluzione del linguaggio. Emblematica, in questo senso, è stata la parabola nelle modalità di comunicazione che ha visto protagonista l’ex premier Matteo Renzi, a partire dalla sconfitta contro Bersani nel ballottaggio alle primarie del PD nel 2012, passando poi per l’esperienza da Presidente del Consiglio e sfociando infine nella recente débâcle del referendum costituzionale che ha portato alle sue dimissioni.

Tutte fasi caratterizzate da una specifica retorica, recentemente analizzata con l’ausilio di un algoritmo informatico allo scopo di individuare le “spie” linguistiche sintomatiche di un processo di evoluzione politica. A condurre lo studio è stato il professor Alessandro Lenci, del Laboratorio di linguistica computazionale dell’Università di Pisa (CoLing Lab), coadiuvato dai suoi collaboratori Lucia Passaro e Alessandro Bondielli. Lo abbiamo intervistato per saperne un po’ di più su questa interessante ricerca.

Può raccontarci a grandi linee come si è svolto lo studio e la metodologia che avete seguito?

Come linguisti computazionali, per questa ricerca abbiamo usato metodi per l’analisi della lingua con strumenti informatici e matematici. L’idea di base è che le strategie comunicative e anche il pensiero di un politico si riflettano nelle parole che questi usa. Le espressioni più frequenti nei suoi interventi sono quelle più importanti per il messaggio che vuole comunicare. Le tecnologie della lingua ci vengono in aiuto permettendoci di analizzare la struttura linguistica di grandi quantità di testi in maniera del tutto automatica. Nel nostro caso abbiamo scaricato tutti i post pubblicati sulla pagina Facebook matteorenziufficiale dal 2012 fino al novembre 2016. Il corpus è stato successivamente diviso in tre periodi corrispondenti a fasi importanti del percorso politico di Renzi: i.) Renzi il “rottamatore”, 2012 – 2013; ii.) Renzi il Presidente del Consiglio, 2014 – maggio 2016; iii) Renzi e la campagna del Referendum costituzionale: giugno 2016 – novembre 2016. I testi sono stati analizzati con strumenti per il trattamento automatico della lingua italiana che realizzano l’equivalente dell’analisi grammaticale e logica delle frasi. Sono state poi estratte le parole semplici e i termini complessi (es. “riforma della pubblica amministrazione”) ed è stato calcolato quante volte ricorrono nei testi. Infine, abbiamo utilizzato tecniche statistiche per individuare i termini più significativi del linguaggio di Renzi in ogni periodo e come fosse cambiata l’importanza di alcune espressioni nel corso della sua parabola politica.

 A che risultati siete giunti?

Sono emersi chiaramente i tratti tipici delle diverse fasi del “Renzi pensiero”, che sono stati anche ampiamente sottolineati dai commentatori politici in questi ultimi mesi. Nella fase del “rottamatore” c’è un’enfasi sul cambiamento evidenziata da tutta una serie di termini, come ad esempio quelli legati all’abolizione del finanziamento ai partiti, che sono poi spariti dall’orizzonte renziano. Il periodo da Presidente del Consiglio fino al culmine della campagna referendaria è dominato dal tema delle riforme e da tutta una serie di termini legati all’azione di governo, potremmo chiamarla l’era del “fare”: scuola, lavoro, crescita, ecc. I temi concreti delle riforme sui “contenuti” di fatto spariscono invece nella terza fase, dominata solo dal referendum e dalla riforma costituzionale, un’immagine forte di come l’azione di governo sia stata messa in stand-by in attesa del referendum. Anche le “storie” di singole espressioni sono interessanti. Il termine “rottamazione” diminuisce drasticamente dalla prima alla seconda fase per essere del tutto assente nella terza. Il termine “sinistra” subisce un drastico e continuo decremento da una fase all’altra, chiaro segnale del riposizionamento politico di Renzi. La parola “gufi” entra in scena nella stagione delle riforme, mentre praticamente scompare nell’ultima fase.

Oggi la classe politica è in generale molto attiva sui social. Cosa vi ha spinto a prediligere l’analisi della comunicazione renziana via Facebook a Twitter, dove pure l’ex premier è sempre stato particolarmente presente?

Per varie ragioni. Prima di tutto, come anche tu dici, Renzi ha fatto dei social una sorta di “cifra” personale della sua comunicazione politica. Renzi e Beppe Grillo hanno capito prima degli altri la rilevanza dei social come mezzi di diffusione del loro pensiero, così come anche la necessità di adeguare il loro messaggio ai caratteri di questi mezzi: rapidità, brevità, semplicità, ecc. Basti pensare all’inventiva di Renzi sugli hashtag, primo fra tutti il famigerato #enricostaisereno. In secondo luogo, il linguaggio che troviamo su Facebook o su Twitter è quello che maggiormente si avvicina alla spontaneità della lingua parlata. Diciamo che sono come dei laboratori in cui si può osservare come sta cambiando il nostro modo di comunicare e dunque di far politica, visto che questa è diventata, ahinoi, anche e soprattutto comunicazione.

Pensate di replicare questo studio applicando l’algoritmo ad altri soggetti dello scenario politico (come il Movimento 5 Stelle o Salvini, per esempio) o a particolari temi “caldi” su cui attualmente si incentra il dibattito pubblico (immigrazione, gender, ecc.)?

Avevamo già fatto uno studio simile per quanto riguarda la violenza del linguaggio sui social, altro tema caldo. Il vantaggio della linguistica computazionale è che la metodologia che abbiamo usato per Renzi è facilmente applicabile a qualsiasi altro personaggio pubblico o politico. Un appuntamento interessante saranno le primarie del Partito Democratico, così come monitorare le parole chiave che useranno Beppe Grillo e il Movimento Cinque Stelle per accreditarsi come potenziale forza di governo. Temo che nei prossimi mesi la politica italiana ci offrirà molti nuovi spunti. I social saranno usati e abusati dai nostri politici.

Quali potrebbero essere le più probabili applicazioni future della ricerca?

La nostra ricerca aveva come scopo quello di indagare come il linguaggio di Renzi riflettesse le sue fasi politiche. Le stesse tecniche vengono applicate in molte altre direzioni, non necessariamente tutte positive. Capire quali sono le opinioni e le emozioni delle persone analizzando come parlano e scrivono, in particolare sui social, è una delle applicazioni più importanti, e forse anche inquietanti, della linguistica computazionale. In gergo viene chiamato Opinion Mining o Sentiment Analysis. Sono tecniche molto diffuse in ogni tipo di marketing, anche in quello politico. Basti pensare a ciò che è successo con il referendum della Brexit e soprattutto con le elezioni di Trump, in cui l’analisi dei social è stata un’arma vincente per personalizzare il messaggio politico indirizzato ai vari elettori. Purtroppo capire cosa la gente pensa, desidera e teme analizzando come scrive e cosa dice è un’arma importante per “fabbricare” e “vendere” messaggi politici allettanti, che come sappiamo non sono sempre i migliori.