Traduttrice e scout editoriale, Ilaria Piperno sarà con noi a Pisa, sabato 13 maggio, per parlare di una fase un po’ “oscura” del tragitto che porta da una traduzione alla sua pubblicazione, vale a dire la revisione e la lingua editoriale che ne nasce, che nella maggior parte dei casi si articola in un corpo a corpo serratissimo tra revisore e traduttore. Un confronto dunque non facile, influenzato e plasmato dai rispettivi universi linguistici, da idiosincrasie personali e da moltissimi altri fattori, non ultimo una sorta di “norma linguistica” a sé stante che, forse, domina l’editoria di oggi. In alcuni casi questo scambio si risolve in un parto felice, in altri casi meno. Abbiamo intervistato Ilaria per farci svelare qualche retroscena di quel che ci racconterà a Pisa e per sapere che ne pensa dell’italiano di oggi, specie di quello degli editori.

Nel tuo intervento a Pisa parlerai della “revisione” e dell’avventura che attende un testo tradotto dopo la sua consegna. Ti pare si possano riscontrare, nell’italiano delle revisioni di oggi, alcuni “stereotipi linguistici” da cui dovremmo invece rifuggire?

Per la mia esperienza credo che il rischio maggiore sia quello di una standardizzazione della lingua, dell’immissione di forme e strutture certamente corrette ma “normalizzanti”, che intaccano la vivacità linguistica e il suo spessore creativo. Mi riferisco al lessico, ma anche alla sintassi e alla punteggiatura: la cifra stilistica della lingua è racchiusa negli scarti o nel registro che un traduttore dovrebbe riuscire a conservare. A volte si tende a eliminare una virgola di troppo, ma quel “troppo” è invece una scelta che rende uno scarto, un’intensità insita nel periodare, un ritmo specifico. Se questo svanisce, insieme alla ricchezza linguistica si perde anche una parte di senso.

Sei un’italianista di formazione: in che modo questa tua formazione “tangenziale” rispetto alla traduzione pura ha arricchito e influenzato la tua attività di traduttrice e, più in generale, di professionista dell’editoria?

La mia formazione m’influenza certamente nello sguardo verso la traduzione: mi sono chiesta se, a volte, ho un amore “eccessivo” verso la nostra lingua e la nostra letteratura per un traduttore. La mia spinta a tradurre nasce dalla sfida di mettere in relazione due lingue diverse, di metterle in comunicazione al meglio con gli strumenti che abbiamo. E nasce dalla riflessione su come la nostra lingua può regalare se stessa a una letteratura scritta originariamente in una lingua diversa. La letteratura italiana e la nostra lingua madre sono stati e restano il mio grande amore, personale e professionale. Non sono mai stata una traduttrice pura: nel tempo ho tradotto diversi libri, ma ho anche selezionato titoli, lavorato come redattrice in una casa editrice per bambini e come ufficio diritti.

Hai tradotto – e scovato, visto che la traduzione nasce da una tua proposta editoriale – per Marcos y Marcos il libro di Ella Frances Sanders Lost in Translation, campionario di espressioni/parole intraducibili dalle varie lingue del mondo, e sempre tua è la traduzione dell’altro libro della Sanders dedicato ai modi di dire, Tagliare le nuvole col naso. Non possiamo quindi esimerci dal chiederti cosa ne pensi dell’annosa questione dei forestierismi e dei prestiti da altre lingue. Sono sempre un male? E se non lo sono, quali sono i requisiti che distinguono un “prestito virtuoso” da uno che invece non lo è?

Non penso che forestierismi e prestiti siano sempre un male ma, come scrivi giustamente, ci sono presiti “virtuosi” e “viziosi”. Il tema centrale dei libri di Ella è esattamente la riflessione – anche in immagini  ̶  sul rapporto tra lingue diverse, come lei spiega nelle sue introduzioni. Io mi sono rispecchiata nell’idea che esprime, perché è anche la mia visione della relazione con l’alterità linguistica. Questo è il motivo principale per cui ho voluto proporre e tradurre Lost in Translation: era un libro acuto, certo, ma soprattutto condividevo il concetto su cui è strutturato. L’idea è quella di una lingua “liquida”, per usare un’espressione inflazionata ma simbolo dei nostri tempi, in cui i confini linguistici sono flebili e il concetto di “prestito” quasi scompare, almeno in senso negativo. Si tratta piuttosto di uno scambio reciproco. Penso che i “prestiti virtuosi” siano quelli che non impoveriscono la nostra lingua e, anzi, aiutano a esprimersi. Sono quelli che non stonano. Ritengo peggiore un calco che in italiano risulti forzato di un forestierismo utilizzato in modo puntuale, lì dove non sostituisce una forma o un vocabolo esistente.

Ultima domanda, quella di rito che abbiamo fatto a tutti i nostri relatori: esiste oggi, secondo te, un “italiano corretto”? E se sì, come lo si riconosce?

È una domanda complessa. A mio avviso esiste, ma deve andare di pari passo con la fluidità della lingua e con la sua evoluzione. E dipende dal concetto di “corretto” da cui si parte: un italiano corretto per me è innanzitutto un italiano funzionale e vivo. Una lingua grammaticalmente ineccepibile ma astratta o decontestualizzata non credo si possa definire corretta.